Mentre le temperature globali registrano livelli record, un’altra epidemia, meno visibile ma altrettanto critica, sta crescendo: l’obesità. A prima vista, obesità e cambiamenti climatici possono sembrare problemi distanti, ma una più attenta analisi rivela come entrambi derivino da un comune denominatore: uno stile di vita e un sistema economico insostenibili che impattano gravemente sulla salute del pianeta e di chi lo abita.
Un legame nascosto ma concreto
L’obesità e i cambiamenti climatici condividono radici profonde nelle abitudini di consumo e nella produzione industriale. Da un lato, la produzione alimentare globale, dominata da pratiche intensive e non sostenibili, contribuisce significativamente alle emissioni di gas serra. Dall’altro, queste stesse pratiche favoriscono la disponibilità di alimenti ad alta densità energetica ma poveri di nutrienti, che sono tra i principali responsabili dell’aumento dell’obesità a livello mondiale.

Secondo alcuni studi, la produzione di cibo contribuisce per circa il 26% alle emissioni globali di gas serra, con la zootecnia che da sola rappresenta quasi il 60% di tale percentuale. Allo stesso tempo, il consumo eccessivo di questi prodotti è direttamente collegato all’incremento di patologie come il diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e diverse forme di cancro, malattie spesso associate a sovrappeso e obesità.
Un dettaglio che molti sottovalutano è che, mentre i paesi più ricchi possono permettersi di adottare diete più varie e salutari, nei paesi in via di sviluppo l’accesso limitato a cibi sani e sostenibili rende le popolazioni più vulnerabili sia alle malattie non trasmissibili sia agli effetti devastanti dei cambiamenti climatici.
Impatto ambientale e sanitario
La relazione tra obesità e cambiamenti climatici non è solo una questione di cause comuni, ma anche di effetti interconnessi. L’aumento delle temperature globali porta a ondate di calore più frequenti e intense che possono aggravare le condizioni di salute delle persone obese, le quali spesso soffrono di problemi respiratori e di termoregolazione.
Chi vive in città lo nota ogni giorno: le isole di calore urbane intensificano gli effetti delle ondate di calore, colpendo in modo sproporzionato chi già lotta con problemi di salute. Inoltre, l’obesità può complicare le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Ad esempio, la ridotta mobilità fisica limita la capacità delle persone obese di spostarsi durante gli eventi climatici estremi, aumentando il rischio di danni o di morte.
Un fenomeno che in molti notano solo d’inverno è l’aumento dei consumi energetici per il riscaldamento, ma meno ovvio è il legame tra obesità e aumento del consumo di energia per il raffreddamento. La necessità di mantenere ambienti freschi per proteggere la salute può infatti tradursi in un maggiore uso di condizionatori, che a loro volta contribuiscono all’impronta carbonica individuale.
Strategie di mitigazione condivise
Fronteggiare queste sfide richiede un approccio integrato che tenga conto sia della salute pubblica sia della sostenibilità ambientale. Promuovere diete basate su cibi integrali, locali e di stagione non solo può aiutare a ridurre l’obesità, ma anche a diminuire le emissioni di gas serra associate alla produzione e al trasporto di alimenti.
Le politiche urbane possono svolgere un ruolo cruciale, ad esempio attraverso la creazione di spazi verdi che favoriscano l’attività fisica e migliorino al contempo la qualità dell’aria e la gestione termica delle città. Inoltre, l’educazione alimentare e la sensibilizzazione ambientale dovrebbero andare di pari passo nelle scuole, per creare una generazione consapevole degli impatti delle proprie scelte quotidiane sulla salute e sull’ambiente.
Nel corso dell’anno, l’integrazione di strategie di mitigazione per l’obesità e i cambiamenti climatici potrebbe non solo migliorare la qualità della vita delle persone, ma anche ridurre le pressioni sui sistemi sanitari e sull’ambiente. Una tendenza che molti italiani stanno già osservando è la crescente popolarità di movimenti come il “cibo a km zero” e l’agricoltura urbana, che dimostrano come le soluzioni possono essere sia locali sia globali.
